arrow_back_ios Pubblica
Radio Popolare
Piero Gobetti (1901-1926), antifascista
tra l'autobiografia di una nazione e la rivoluzione liberale
calendar_today 17/02/2026 11:00
Piero Gobetti (1901-1926). Ieri a Torino, al Teatro Carignano, è stato dato l'avvio alle celebrazioni per il centenario dalla morte del grande filosofo, giornalista, editore, antifascista. Presenti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il costituzionalista e presidente onorario della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il presidente del Centro studi Gobetti, Marco Revelli. Pubblica ha ospitato lo storico Revelli, studioso del pensiero di Gobetti. «Al Teatro Carignano c'era un'emozione fortissima, come se Piero Gobetti fosse tra noi». Revelli racconta che Gobetti decide di lasciare Torino per Parigi (dove morirà il 16 febbraio) non solo per le minacce fisiche e le aggressioni subite, ma perché ne fu sopraffatto. Il fascismo gli aveva reso impossibile continuare ciò in cui credeva di più, cioè la propria azione culturale, che era al tempo stesso una formidabile azione politica contro il regime». Nel corso della trasmissione il professor Revelli parla del Gobetti critico «dei vizi e delle tare storiche che avevano segnato il nostro processo di formazione unitaria e che avevano fatto dell’Italia una nazione deteriore». Un ruolo, quello del critico dei costumi del paese, che periodicamente nella storia d’Italia hanno assunto scrittori e poeti come Giacomo Leopardi ("Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani"), politici e studiosi come Antonio Gramsci (le pagine dei "Quaderni" dedicate alla crisi, al trasformismo e al sovversivismo della classe dirigente), narratori e saggisti come Italo Calvino ("Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti").